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Comprendere il blocco della creatività

Postato il 10 gennaio 2018 Autore in Psicologia | Nessun Commento per ora
Una farfalla in gabbia simboleggia il blocco della creatività
La creatività in gabbia, un’esperienza comune.

La creatività è un gioco, il bambino si abbandona e lascia accadere, la sua guida è una necessità interiore, non giudica ciò che accade.

Da adulti i creativi possono sentirsi bloccati per una miriade di ragioni, ma soprattutto per una miriade di emozioni che restano a livello inconscio.
Fare arte – a qualunque livello e in qualunque disciplina – richiede incoraggiamento, e la famiglia di origine è  la prima e la più significativa fonte di giudizio. Accade frequentemente che la famiglia ignori o reprima le inclinazioni creative dei figli, di solito armata delle migliori intenzioni.
Crescendo, i figli si sentono dire che devono smettere di sognare ad occhi aperti, di perdere tempo, di stare con la testa fra le nuvole e vengono invece stimolati ad essere pratici, responsabili, ragionevoli… a crescere insomma. Se persistono, possono sentirsi accusare: “Ma chi ti credi di essere?”, venir ridicolizzati per i loro goffi tentativi di espressione o svalutati mediante i paragoni.

Così la creatività viene smarrita con i giochi infantili e in età adulta, se mai l’istinto creativo dovesse riaffiorare tra le maglie di una vita strutturata, è facile che ci si convinca di non avere abbastanza talento, di avere troppo da fare o, più avanti nel corso della vita, magari di essere ormai troppo vecchi per iniziare. Queste ed altre idee fanno tutte parte di un’insieme di difese sistematiche volte a proteggere il Sè da qualcosa che nel passato ha rappresentato una minaccia reale. Perché ciò che era implicito in tutte queste esortazioni ad abbandonare la creatività a fin di bene, era il ritiro dell’amore parentale.

Anche a chi ha intrapreso un percorso artistico capita però di trovarsi di fronte a un blocco. Le ragioni alla base sono sostanzialmente le stesse che creano l’artista-ombra o la credenza di non essere dei creativi.

Il bisogno di benessere e il bisogno di sicurezza

Joseph Sandler nella sua ricerca in psicoanalisi ha messo bene in evidenza l’esistenza di un sistema di regolazione affettiva che fa capo ai sentimenti di benessere e sicurezza e che è volto a mantenere l’omeostasi. I desideri infantili, che all’inizio della vita sono perentori, vengono gradualmente soppiantati da modalità relazionali accettabili dagli adulti. Nel corso dell’educazione, per conformarsi ai bisogni dei genitori e in seguito della società, il bambino deve rimuovere i propri bisogni al fine di sopravvivere. Il benessere soggettivo viene così sacrificato al bisogno di sicurezza.

Parallelamente si sviluppano sentimenti di imbarazzo, vergogna, sensi di colpa e di inferiorità e la tensione psicologica strutturale può essere sperimentata come ansia. Crescendo viene assunto un determinato ruolo sociale e si forma una struttura di personalità che attualizzano – cioé rendono vivo nel presente – quanto è stato appreso nei primi anni di vita. E si rimane all’interno della propria comfort zone perché è rassicurante, anche se rassicurante non coincide necessariamente con piacevole.

Ci si sente più sicuri all’interno di un percorso conosciuto, ed essere bloccati ed infelici è qualcosa di molto familiare. Si possiede un vero e proprio arsenale di idee negative che ha lo scopo di proteggerci da qualcosa che, nel passato, ha rappresentato una vera minaccia. Il problema è che mentre questi pensieri ci proteggono, allo stesso tempo ci tengono in gabbia.

La creatività può essere liberata

La creatività non muore mai

Eppure la creatività non muore mai. “Nessuna struttura psicologica va mai persa, e le strutture evolutivamente più tardive svolgono la funzione di inibire le strutture precoci” (Sandler, 1967).

Se le condizioni ambientali sono sfavorevoli si inabissa come un fiume carsico ma continua ad essere vitale, e suoi segni possono essere riconosciuti da occhi attenti. Ad esempio, con una certa frequenza si riscontra negli adulti che la carriera lavorativa intrapresa è, guardacaso, un’attività collaterale o di supporto alla passione iniziale. Può accadere così che una persona che avrebbe voluto diventare musicista si trovi a gestire un locale che ospita concerti, oppure che un’aspirante pittrice lavori in un colorificio. O ancora – ed è il caso di tante donne – che supporti il marito nella carriera artistica di lui.

Sono modi per “respirare” l’atmosfera dell’arte restando in secondo piano, in fondo senza doversene far carico, senza responsabilità diretta. Il beneficio di questa scelta risiede principalmente nel non aver dovuto contestare e opporsi alla cultura familiare per seguire la propria strada, e quindi nel sottrarsi all’anatema. Il potenziale artista è diventato un artista-ombra, che attualizza un’altra verità su un piano simbolico.

Cosa potrebbe significare essere pienamente creativi?

La risposta non è banale e per ciascuno di noi può assumenre sfmature diverse. E’ importante sapere che la nostra creatività è sempre lì, sotto il timore di essere ridicolizzati, di essere puniti o di essere scoperti come degli impostori.

Anche ricordare chi ci ha stroncato e chi ci ha incoraggiato – perché per fortuna abbiamo incontrato anche questi nel corso della vita – può essere molto utile. Identificare l’origine delle credenze negative su noi stessi è un primo passo che va accompagnato dal prendersi cura del bambino interiore perché sia nuovamente libero di giocare.

Il percorso è graduale ed in sé molto interessante. Tuttavia non è indolore, perché l’ottenimento di un migliore equilibrio tra lo stato di benessere e il bisogno di sicurezza passa per la tolleranza del dolore psicologico.

“Lo scopo dell’arte è mettere a nudo le domande che sono state celate dalle risposte.” (James Baldwin)

Sandler, J. & Joffe, W.G. (1967) The tendency of persistence in psychological function and development, with special reference to fixation and regression. Bullettin of the Menninger Clinic, 31, 257-271.

Gabriella Alleruzzo

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