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Psicologia dell’emergenza o emergenza della psicologia?

Postato il 21 giugno 2012 Autore in Psicologia | Nessun Commento per ora

Psicologia dell’emergenza o emergenza della psicologia?

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Posted by Gabriella Alleruzzo in Psicologia

SEGNALAZIONE

Spett. Osservatorio,
ritengo opportuno sottoporre alla vostra attenzione un articolo comparso ieri sul quotidiano “Il Foglio” (p. 2), a firma di Giorgio Israel, professore ordinario di Matematica alla Sapienza di Roma.
Valutate se vale la pena di commentare in qualche modo.
Cordialità,
Lettera Firmata

Articolo originale: Lo psicologo impazza e straparla nel dopo terremoto, si salvi chi può

COMMENTO REDAZIONALE DI GABRIELLA ALLERUZZO

Chissà se Paolo Crepet è contento di essere stato definito “psicologo”, lui che è psichiatra. Eppure lui è uno piuttosto conosciuto anche dal grande pubblico, ha un sacco di pubblicazioni, va spesso in televisione, sia in Rai – dove è spesso ospite di Bruno Vespa – che da Mediaset. Colta dal dubbio, ho verificato: sul suo sito le note curricolari riportano il conseguimento di due lauree al suo attivo, la prima in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova, la seconda in Sociologia, quattro anni dopo, all’Università di Urbino. Entrambe con il massimo dei voti.

Allora viene da chiedersi se nel suo furor destruendi Israel sia mosso da qualcosa di personale contro Crepet, al punto di credere di “insultarlo” definendolo psicologo, oppure se sia un pregiudizio generalizzato verso gli psicologi, a muoverlo al punto di accecarlo anche di fronte a sì banale errore. O forse Crepet è psicologo a sua insaputa.

Nella trasmissione citata, Crepet è intervenuto due volte: una prima per rispondere a una domanda di Vespa su come sia possibile, per adulti e bambini, vincere la paura. Ecco la sua risposta: “Si può e si deve affrontare come qualsiasi altra cosa in termini di emergenza. La popolazione è solo un nome, dentro ci sono bambini, adolescenti, adulti che devono tornare a lavorare, anziani e anziani non autosufficienti, quindi sono tante sottopopolazioni che hanno bisogno di risposte diversificate. La signora ha un bambino e deve pensare assieme alle altre mamme che questi bambini, nelle ore, non nei giorni, nelle ore prossime possano avere luoghi dove stiano tutti i bambini, perché più i bambini stanno con noi e peggio è, in questa situazione. Respirano la nostra ansia, vedono gli occhi preoccupati di papà, mamma, nonna e zia e quindi evidentemente… I bambini sono spugne e respirano questa aria molto difficile. Questa è una zona, grazie al cielo, che ha delle esperienze pedagogiche note in tutto il mondo, da Reggio Emilia a Modena ci sono bravissimi operatori, son convinto che nelle prossime ore interverranno anche degli operatori sul campo per organizzare dei kinderheim, dei luoghi dove i bambini possono stare.”

La seconda volta Crepet si è spontaneamente inserito nei dialoghi in corso, dicendo: “Fatto salvo che ovviamente le deportazioni sono fuori dall’agenda delle cose da fare in questo momento, c’è un’emergenza psicologica rilevante. Perché se è vero come è vero che per fortuna non tutte le case sono inagibili, eppure la gente dorme in macchina, dorme nelle tende, dorme dagli amici ma non si può stare troppo dagli amici, occorre intervenire per rassicurare. E come? Ci sono degli operatori che sanno farlo, non si può pensare che questo avvenga in maniera spontanea e per aggregazione popolare. Per esempio non far stare gruppi di adulti da soli, nel senso di non gestirli. Occorre che ci sia qualcuno capace di gestirli. Per fortuna siamo nella buona stagione, la sera si possono riunire davanti alle tendopoli eccetera eccetera, con persone che sanno fare questo mestiere, cercando di rielaborare un lutto che c’è stato, ma anche probabilmente una speranza che è alle porte. Se non si fa questo lavoro, si lascia ognuno per sé, ogni famiglia fa quello che può, in realtà poi diventa ingestibile.

Nel frattempo, sismologi, geologi e ingegneri ripetevano che le conoscenze scientifiche possedute allo stato attuale, non consentono a nessuno di dare delle risposte precise sulla ripetizione del fenomeno, sulla sua durata, sulla sua intensità, sulla mappatura delle zone a rischio, sul da farsi. Pensare di provare un “potente rigurgito di scientismo”, di “piacere voluttuoso” e godere dell’emersione di “un mai sopito sentimento di fiducia nei confronti dell’oggettività scientifica” nell’ascoltare che ne sappiamo davvero poco sui terremoti -  segno questo di quell’apprezzabile umiltà scientifica che la scienza ha per sua natura – assume tutta l’aria di una formazione reattiva.

(per chi è interessato, la puntata di Porta a Porta del 29 maggio è trasmessa in streaming a questo link: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-c61a4d50-ca18-4ad5-8572-a9614fdf03b7.html)

Ma un terremoto non sconvolge solo oggetti inanimati, case, chiese, fabbriche, fiumi e montagne, un terremoto coinvolge territori, che sono i luoghi della relazione. Perché si dovrebbe occuparsi soltanto dei primi? La geofilosofia è un approccio che riconosce la radice di ogni esperienza umana nel fatto di abitare sulla Terra e la colloca in un “qui e ora” determinato e specifico, in cui il paesaggio fisico è elemento essenziale e costitutivo del mondo condiviso. Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno spiegato la genesi del pensiero affermando che esso si realizza nel rapporto tra il territorio e la terra, e hanno coniato un termine, “territorializzazione” per indicare lo stabilirsi di una relazione con la terra ma anche la semplice scelta di un posto in una stanza, che è quello dove ci si sente più a proprio agio.

Il terremoto spaventa – tra le altre cose – perché rientra della dimensione del Perturbante (l’Unheimlich freudiano), perché porta allo spaesamento, alla mancanza del territorio originario che è lo sfondo sul quale ogni soggetto si rapporta ad altri soggetti.

Lo psicologo è uno degli operatori previsti nelle norme che organizzano i soccorsi nelle catastrofi la cui funzione in quel contesto è offrire supporto psico-sociale alla popolazione e agli altri operatori della Protezione Civile. La letteratura e le linee guida internazionali per le situazioni emergenziali indicano fortemente la necessità di porre attenzione ai bisogni psicosociali delle persone e della comunità, favorendo i fattori protettivi, minimizzando i rischi di sviluppare disagi psicologici ed evitando di patologizzare l’individuo. Egli non entra in casa non invitato, non è prescritto d’autorità: è una opportunità che viene offerta a chi si trova in uno stato di bisogno e desidera coglierla. Forse i tempi televisivi non hanno dato a Crepet la possibilità di spiegare bene come si svolge il suo intervento, tuttavia – e lo dico da psicologa dell’emergenza – mai come in questi contesti, in cui spesso la domanda non è esplicita, il suo ruolo è discreto, avvicina le persone rispettandole, ascolta e, se è il caso, propone. In ogni caso, il suo comportamento è sempre regolato e vincolato al rispetto del Codice Deontologico, che nell’articolo 4 enuncia l’obbligo al rispetto della dignità, della riservatezza, dell’autodeterminazione e dell’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni (vedi: http://www.psy.it/codice_deontologico.html)

Crepet ha messo opportunamente in luce che all’interno della popolazione vi sono tipologie diverse di persone che hanno bisogno di interventi di sostegno di tipo diverso. Non è detto che i bambini debbano essere separati dai genitori, ma semmai occorre chiedersi a quale scopo, e per quanto tempo può essere utile farlo. Gli adulti – feriti nelle loro capacità genitoriali ma non solo – possono aver bisogno di un tempo da soli, in cui riflettere e ricostruire un insieme, dare un senso al nuovo paesaggio e dischiudere altre  prospettive, così come i bambini possono avere bisogno di recuperare il loro diritto al gioco e alla socialità.
In questo caso, perché non usufruire del contributo di persone che sono specificamente formate? Queste persone ci sono, e per di più sono presenti sul territorio: operatori di asili e strutture pedagogiche all’avanguardia la cui esperienza è riconosciuta a livello mondiale e psicologi dell’emergenza, tra i quali i colleghi della Sipem SoS Emilia Romagna con i quali ho avuto il piacere di collaborare in occasione del sisma in Abruzzo nel 2009.

Chi interviene in situazione di maxi-emergenza, deve far parte di un’associazione accreditata presso la Protezione Civile e aver ricevuto dalla stessa un’adeguata e specifica formazione che comprende l’analisi delle proprie motivazioni, la capacità di non mettersi in pericolo e di collaborare con altre figure tecniche specializzate, la capacità di gestire le proprie emozioni in situazioni di forte stress, la competenze tecniche necessarie per intervenire in situazioni traumatiche, la capacità di lavorare in situazioni di gruppo, la capacità di lavorare in un setting particolare che si estende tendenzialmente sulle 24 ore e non provvede un luogo dedicato per le consultazioni, per cui è essenziale disporre solidamente di quello che noi chiamiamo “setting interno”.

Come già dicevo in un altro articolo, la Psicologia dell’emergenza Non è una situazione per principianti. Tuttavia certe rappresentazioni dello psicologo, come soggetti professionali inutili o addirittura dannosi, per quanto tranciate con superficialità e ignoranza, devono portarci a interrogarci e a non offenderci per gli attacchi che riceviamo, ma piuttosto a considerarli come occasioni per catalizzare il passaggio verso la costruzione di un rapporto con i possibili beneficiari che chiarisca il senso profondo della presenza dello psicologo nella società.

*Articolo già pubblicato su Osservatorio Psicologia nei Media



Gabriella Alleruzzo

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